Percorrendo una delle tante stradine di Brescia, in una delle mie solite incursioni da turista negli spazi di tempo rubati ai miei impegni, ho trovato una mostra d’arte che dire interessante sa troppo di generico e superficiale. L’artista mi ha incantato, rapito, baciato con tele luminose e mistiche, e balzata nelle sue atmosfere ne ho respirato la visione, il paesaggio, le figure…
L’artista è Giuseppe Ronchi (1873-1951), la mostra resterà aperta fino a domani 5 gennaio 2011, promossa dall’AAB (Associazione Artisti Bresciani) e a cura di Luigi Capretti e Francesco De Leonardis. A Brescia in Vicolo delle Stelle 4 dalle ore 16 alle ore 19.30.
Una breve sintesi sull’artista
Giuseppe Ronchi, nato a Brescia nel 1873, giovanissimo orfano di padre, ebbe come fratellastro il pittore Romolo Romani.
La sua vita fu segnata soprattutto dalla sua attività artistica e dalla sua attività professionale, come insegnante di disegno prima al Collegio Arici, poi alla Scuola Moretto e infine all’Istituto Pastori. Dopo un inizio di studi all’Accademia di Brera, interrotti per difficoltà familiari, continuò come autodidatta. Intorno ai venti anni si fece conoscere a Brescia con piccole apparizioni in pubblico. Le prime occasioni più importanti furono le partecipazioni nel 1898 all’Esposizione Nazionale d’Arte Sacra di Torino e nel 1899 all’Esposizione del Glaspalast di Monaco di Baviera. Dal 1902 prese parte attivamente all’attività della Società Arte in Famiglia, alle cui mostre fu quasi sempre presente, in particolare con una sua personale nel 1924. Anche a livello nazionale ebbe intensa attività espositiva, specialmente nel primo decennio e a mostre d’arte sacra. Grande importanza ebbero nella sua attività le molte opere eseguite su commissione per chiese di città e provincia, tanto da farlo considerare fondamentalmente artista religioso. Significativa l’opera di illustrazione della Divina Commedia in occasione delle “Lecturae Dantis” tenute dal gesuita Padre Casoli al Collegio Cesare Arici negli anni 1905 – 1909. Due importanti mostre personali, dove, accanto alle opere più note, si metteva in particolare evidenza la produzione paesaggistica, gli furono dedicate nel 1933 dalla Galleria Campana e nel 1943 dalla . Morì nel 1951. Dopo la sua morte gli venne dedicata nel 1976 una mostra retrospettiva presso le sale di via Gramsci dell’Associazione Artisti Bresciani.
Tra gli artisti bresciani che negli anni a cavallo tra i due secoli cominciarono ad accostarsi al linguaggio simbolista, fu Ronchi a seguire con maggior determinazione la nuova via, iin quanto nel simbolismo trovò la possibilità di esprimere la tensione ideale che nasceva in lui da un profondo sentimento religioso. Nella sua prima produzione appare anche la volontà di creare una sintesi tra elementi propriamente figurativi ed elementi letterari, che riconduceva, ancora una volta, al simbolismo. Non era però il simbolismo nordico, ma quella tendenza che intendeva l’arte come una manifestazione dell’idea e le attribuiva il compito di produrre godimento estetico, ma anche consolazione morale, con un recupero storicistico dei modelli quattrocenteschi e rinascimentali. Nella produzione religiosa la proposta di Giuseppe Ronchi, fu assai originale; pur accettando l’idea che l’arte dovesse porsi al servizio della devozione, scelse di esprimersi con un linguaggio moderno e superò l’eclettismo tardottocentesco senza preoccuparsi di stabilire un rapporto stilistico tra la pala d’altare o la decorazione pittorica e l’architettura dell’edificio destinato ad accoglierla. Non solo nell’arte religiosa, ma un pò in tutta la sua produzione dei primi anni del Novecento, il chiarismo divenne la cifra stilistica di Ronchi, una cifra che lo rendeva originale, ma nello stesso tempo era causa di critiche e incomprensioni. Non tutti i critici sapevano apprezzare la pennellata e il colore che inondava la tela di luce, una luce piena di richiami mistici che rendeva trasparenti le figure e le faceva apparire incorporee e purissime.
Dai primi anni Venti iniziò, in un contesto più intimo e personale, quasi l’artista volesse isolarsi da dibattiti e tenzoni critiche del suo tempo, un’abbondante produzione di paesaggi. Sono montagne, laghi e soprattutto marine, in cui la fedeltà ai valori dello spirito si coglie nel confronto con l’infinito orizzontale del mare. Nel dopoguerra abbandonò progressivamente tanto il simbolismo quanto il chiarismo della sua prima fase e incominciò ad usare una tavolozza più accesa e contrastata nel raffigurare il lavoro nei quotidiani che entrarono progressivamente nel suo orizzonte.


